martedì 8 novembre 2016

La coperta di Linus


Risultati immagini per doudou

Il tuo bimbo non si separa mai dal suo pupazzetto preferito? Cosa lo rende così speciale da farlo diventare insostituibile al momento della nanna? 
Ce lo spiega la dottoressa Teresa Mainiero , la psicologa amica dei bambini che anche oggi ci fa visita sul blog.



Iniziamo da qui…



Quante volte vi siete trovati in questa situazione?
Personalmente ne ho viste tante, ma un bambino lo ricordo più di altri, anche perché lo ammetto, è il figlio una cara amica. Damiano (so che la mamma non me ne vorrà)  portava sempre con se, un pezzo di stoffa viola con il pizzo, lo portava dappertutto, lo odorava, lo ciucciava lo metteva accanto al viso, e credetemi, al di la della tenerezza che poteva fare vedere quel piccolo ometto con la pezzetta in mano, era interessante osservarlo nei suoi movimenti, non era solo stoffa, era una parte di se, ma diversa da se. 
Nessun libro mi ha mai insegnato così chiaramente cosa fosse un oggetto transizionale, pertanto grazie a Damiano per avermi permesso di fare esperienza diretta.
Ma a che serve un oggetto transizionale?
Che sia un orsacchiotto, una bambola, un pezzo di stoffa, una coperta (la famosa coperta di Linus) già prima dei 2 anni i bimbi si affezionano a un oggetto che serve loro per superare la paura e colmare i vuoti.
A parlare di oggetto transizionale fu, per la prima volta, lo psicanalista inglese Donald Winnicott (1896 – 1971) che lo definì come un oggetto a cavallo tra la realtà soggettiva del bambino e la sua percezione oggettiva del mondo esterno[1].

L’oggetto transizionale, oltre a ricordare i primi contatti con la mamma, ha per il bambino un valore particolare, è la prima ricchezza che egli possiede. È quasi sempre qualcosa che nelle mani del piccolo si anima di una vita propria e di un potere magico, capace di diffondere fiducia, protezione e sicurezza.
Il punto essenziale dell’oggetto transizionale non è il suo valore simbolico”- scrive Winnicott- “quanto il fatto che esso è reale: è  un illusione ma è anche qualcosa di reale” .
A molti di voi genitori e/o zii sarà capitato di assistere a vere e proprie tragedie quando, al momento di andare a letto o di uscire da casa, il bimbo scopre che il suo orsacchiotto, (copertina, bavagliolino, bambolina, insomma un qualsiasi oggetto verso il quale egli mostra un esclusivo attaccamento) non si trova più e voi (a volte anche spazientiti), vi sarete ritrovati a fare la caccia al tesoro, ma per quale motivo la scomparsa del suo “oggetto” preferito ( che non è reale ma è come se lo fosse) suscita una protesta cosi forte?
Per spiegarvelo devo fare un altro po’ la tecnica, mi spiace:
Prima dei sei mesi di vita il bambino non ha la capacità di distinguere tra se e chi si prende cura di lui; si trova cioè in uno stato di fusione che supererà gradualmente. Tra i sei e gli otto mesi (comunque intorno alla fine del primo anno) il bambino si rende conto che la mamma non è più un suo dominio incondizionato, ha una propria esistenza e può comparire e scomparire dalla sua vista ma non dalla sua vita. Infatti, l'emergere della reazione alla separazione, ci indica che il bambino ha stabilito dentro di sé una rappresentazione stabile della figura materna e che può evocare il suo ricordo se questa non è presente.
Ed è qui che entra in scena lo spazio e l'oggetto transizionale.
Lo spazio transizionale rappresenta ciò che separa simbolicamente il bambino dalla madre. All'interno di quest'area simbolica, ma reale, il bambino utilizza l'oggetto transizionale sia per lenire l'angoscia derivante dalla separazione, sia per sperimentare, per la prima volta, una relazione affettuosa con un altro diverso da sé


                


L'oggetto che s'impregna di odori fino a diventare sporco e puzzolente (per favore genitori non lavateli e se proprio dovete, lavateli di giorno. Lavare un oggetto transazionale è rischioso perché, oltre l’aspetto e la forma, il bambino considera molto l’odore e la consistenza che mesi di appiccicume hanno regalato all’oggetto. Per voi è roba nauseabonda, per lui familiare e rassicurante. Certo, ogni tanto un giretto in acqua e sapone è d’obbligo, ma fatelo sempre di giorno, con detergenti preferibilmente naturali)
L’oggetto è sempre scelto dal bambino fra quelli che trova più facilmente a disposizione (personalmente consiglio sempre di averne una doppia copia senza aspettare che il primo si rompa o che venga perso o dimenticato) e verrà messo via dal bambino stesso quando non servirà più allo scopo per il quale era stato "creato". E per favore non gettatelo, il peluche (pezzetta, coperta ecce cc ) non è morto, ma è relegato in una sorta di limbo, pronto a ricomparire in periodi successivi quando la solitudine, la tensione o la paura tenderanno a riemergere.
L’oggetto transizionale, che i francesi chiamano (Doudou), ha di solito un potere calmante per il bambino e può essere utilizzato per rilassarsi e dormire.
Stringendolo a se, il bambino, allontana la paura della separazione (che spesso sopraggiunge durante la notte), quindi la distruttività di una separazione o di una perdita che si teme possa avvenire addormentandosi, può essere compensata e risolta tramite l’oggetto che rimane stretto a se.
Se ancora vi state chiedendo: non è un oggetto interno, ma nemmeno un oggetto esterno, allora, che cos’è?
Sappiate che è una transizione tra i due e non cercate troppe altre spiegazioni, datevi la possibilità di accettare il paradosso creativo e accoglietelo con cura, ancora una volta la cultura e il gioco non sono illusioni ma momenti di crescita.

N.B: A tutti coloro che si stanno chiedendo cosa accade se un bambino non ha un oggetto transizionale, mi sento in dovere di dire che non succede nulla state tranquilli, ma per dovere di cronaca e etica professionale vi dico che dovrebbe essere aperto un nuovo ed interessante capitolo che non può essere trattato al interno di questo blog, non fosse altro perché esulerebbe dallo scopo per cui la nostra collaborazione è stata creata. Rimango comunque a disposizione per qualunque altro approfondimento e/o chiarimento.

[1] Dalla suzione del pollice alla comparsa (tra i 4 e i 18 mesi) di un singolo oggetto, dice Winnicott, vi sono molte altre attività (esempio produrre suoni, cantilene, manipolare pezzi di lenzuolo ecc.) che descrivono la progressiva capacità del neonato di maneggiare oggetti non-me e che si collocano tra il pollice e l’orsacchiotto. Queste attività, corredate da fantasie, sono definite dall’autore fenomeni transizionali e si riferiscono ad un’area di esperienza del bambino che si colloca nel luogo che collega e separa la realtà interna da quella esterna e che diventerà poi una funzione permanente della psiche.


Nessun commento:

Posta un commento