martedì 8 novembre 2016

La coperta di Linus


Risultati immagini per doudou

Il tuo bimbo non si separa mai dal suo pupazzetto preferito? Cosa lo rende così speciale da farlo diventare insostituibile al momento della nanna? 
Ce lo spiega la dottoressa Teresa Mainiero , la psicologa amica dei bambini che anche oggi ci fa visita sul blog.



Iniziamo da qui…



Quante volte vi siete trovati in questa situazione?
Personalmente ne ho viste tante, ma un bambino lo ricordo più di altri, anche perché lo ammetto, è il figlio una cara amica. Damiano (so che la mamma non me ne vorrà)  portava sempre con se, un pezzo di stoffa viola con il pizzo, lo portava dappertutto, lo odorava, lo ciucciava lo metteva accanto al viso, e credetemi, al di la della tenerezza che poteva fare vedere quel piccolo ometto con la pezzetta in mano, era interessante osservarlo nei suoi movimenti, non era solo stoffa, era una parte di se, ma diversa da se. 
Nessun libro mi ha mai insegnato così chiaramente cosa fosse un oggetto transizionale, pertanto grazie a Damiano per avermi permesso di fare esperienza diretta.
Ma a che serve un oggetto transizionale?
Che sia un orsacchiotto, una bambola, un pezzo di stoffa, una coperta (la famosa coperta di Linus) già prima dei 2 anni i bimbi si affezionano a un oggetto che serve loro per superare la paura e colmare i vuoti.
A parlare di oggetto transizionale fu, per la prima volta, lo psicanalista inglese Donald Winnicott (1896 – 1971) che lo definì come un oggetto a cavallo tra la realtà soggettiva del bambino e la sua percezione oggettiva del mondo esterno[1].

L’oggetto transizionale, oltre a ricordare i primi contatti con la mamma, ha per il bambino un valore particolare, è la prima ricchezza che egli possiede. È quasi sempre qualcosa che nelle mani del piccolo si anima di una vita propria e di un potere magico, capace di diffondere fiducia, protezione e sicurezza.
Il punto essenziale dell’oggetto transizionale non è il suo valore simbolico”- scrive Winnicott- “quanto il fatto che esso è reale: è  un illusione ma è anche qualcosa di reale” .
A molti di voi genitori e/o zii sarà capitato di assistere a vere e proprie tragedie quando, al momento di andare a letto o di uscire da casa, il bimbo scopre che il suo orsacchiotto, (copertina, bavagliolino, bambolina, insomma un qualsiasi oggetto verso il quale egli mostra un esclusivo attaccamento) non si trova più e voi (a volte anche spazientiti), vi sarete ritrovati a fare la caccia al tesoro, ma per quale motivo la scomparsa del suo “oggetto” preferito ( che non è reale ma è come se lo fosse) suscita una protesta cosi forte?
Per spiegarvelo devo fare un altro po’ la tecnica, mi spiace:
Prima dei sei mesi di vita il bambino non ha la capacità di distinguere tra se e chi si prende cura di lui; si trova cioè in uno stato di fusione che supererà gradualmente. Tra i sei e gli otto mesi (comunque intorno alla fine del primo anno) il bambino si rende conto che la mamma non è più un suo dominio incondizionato, ha una propria esistenza e può comparire e scomparire dalla sua vista ma non dalla sua vita. Infatti, l'emergere della reazione alla separazione, ci indica che il bambino ha stabilito dentro di sé una rappresentazione stabile della figura materna e che può evocare il suo ricordo se questa non è presente.
Ed è qui che entra in scena lo spazio e l'oggetto transizionale.
Lo spazio transizionale rappresenta ciò che separa simbolicamente il bambino dalla madre. All'interno di quest'area simbolica, ma reale, il bambino utilizza l'oggetto transizionale sia per lenire l'angoscia derivante dalla separazione, sia per sperimentare, per la prima volta, una relazione affettuosa con un altro diverso da sé


                


L'oggetto che s'impregna di odori fino a diventare sporco e puzzolente (per favore genitori non lavateli e se proprio dovete, lavateli di giorno. Lavare un oggetto transazionale è rischioso perché, oltre l’aspetto e la forma, il bambino considera molto l’odore e la consistenza che mesi di appiccicume hanno regalato all’oggetto. Per voi è roba nauseabonda, per lui familiare e rassicurante. Certo, ogni tanto un giretto in acqua e sapone è d’obbligo, ma fatelo sempre di giorno, con detergenti preferibilmente naturali)
L’oggetto è sempre scelto dal bambino fra quelli che trova più facilmente a disposizione (personalmente consiglio sempre di averne una doppia copia senza aspettare che il primo si rompa o che venga perso o dimenticato) e verrà messo via dal bambino stesso quando non servirà più allo scopo per il quale era stato "creato". E per favore non gettatelo, il peluche (pezzetta, coperta ecce cc ) non è morto, ma è relegato in una sorta di limbo, pronto a ricomparire in periodi successivi quando la solitudine, la tensione o la paura tenderanno a riemergere.
L’oggetto transizionale, che i francesi chiamano (Doudou), ha di solito un potere calmante per il bambino e può essere utilizzato per rilassarsi e dormire.
Stringendolo a se, il bambino, allontana la paura della separazione (che spesso sopraggiunge durante la notte), quindi la distruttività di una separazione o di una perdita che si teme possa avvenire addormentandosi, può essere compensata e risolta tramite l’oggetto che rimane stretto a se.
Se ancora vi state chiedendo: non è un oggetto interno, ma nemmeno un oggetto esterno, allora, che cos’è?
Sappiate che è una transizione tra i due e non cercate troppe altre spiegazioni, datevi la possibilità di accettare il paradosso creativo e accoglietelo con cura, ancora una volta la cultura e il gioco non sono illusioni ma momenti di crescita.

N.B: A tutti coloro che si stanno chiedendo cosa accade se un bambino non ha un oggetto transizionale, mi sento in dovere di dire che non succede nulla state tranquilli, ma per dovere di cronaca e etica professionale vi dico che dovrebbe essere aperto un nuovo ed interessante capitolo che non può essere trattato al interno di questo blog, non fosse altro perché esulerebbe dallo scopo per cui la nostra collaborazione è stata creata. Rimango comunque a disposizione per qualunque altro approfondimento e/o chiarimento.

[1] Dalla suzione del pollice alla comparsa (tra i 4 e i 18 mesi) di un singolo oggetto, dice Winnicott, vi sono molte altre attività (esempio produrre suoni, cantilene, manipolare pezzi di lenzuolo ecc.) che descrivono la progressiva capacità del neonato di maneggiare oggetti non-me e che si collocano tra il pollice e l’orsacchiotto. Queste attività, corredate da fantasie, sono definite dall’autore fenomeni transizionali e si riferiscono ad un’area di esperienza del bambino che si colloca nel luogo che collega e separa la realtà interna da quella esterna e che diventerà poi una funzione permanente della psiche.


lunedì 3 ottobre 2016

l'importanza del Buongiorno: educare al rispetto, educare all'amore



Dopo la pausa estiva, torna a trovarci sul blog la Dottoressa Terri, la psicologa amica dei bambini, con consigli e suggerimenti sempre utili e graditi.

Oggi ci parla di quanto è importante per i piccoli creare relazioni con gli altri, partendo da un semplice "Buongiorno":

…. Buonanotte, buonanotte fiorellino
Buonanotte tra le stelle e la stanza
Per sognarti devo averti vicino
E vicino non ancora abbastanza
Ora un raggio di sole si fermato
Proprio sopra il mio biglietto scaduto
Tra I tuoi fiocchi di neve e le tue foglie di te
Buonanotte, questa notte è per te ….


Probabilmente molti di voi avranno riconosciuto queste parole, altri, forse le hanno lette canticchiando, altri ancora non le avranno riconosciute. Qualunque sia il modo, quello che mi incuriosisce sapere, da voi, è la sensazione che vi ha rimandato o il ricordo che vi ha revocato.
Sono proprio una psicologa, avete ragione, una di quelle che non si ferma mai alla prima parola o a quello che dice, però tutto questo ha un perché.
Al di la della dolcezza che a mio parere il testo trasmette, c’è molto di più.
La parola, Buonanotte, ha un peso notevole. Non è solo un saluto, è indicativa di una relazione, di una condivisione.
Il senso del saluto è proprio questo, creare relazione, condivisione, farci sentire meno soli. Un buongiorno, un ciao, servono a stabilire legami.
La persona con cui hai "scambiato" il saluto - dopo - non è più un "altro". La persona che saluti diventa qualcuno che "ri-conosci" anche se non lo/a conosci.
Un cenno di saluto serve, a tracciare un perimetro dentro il quale ti senti maggiormente a tuo agio.
Il saluto iniziale ha una funzione pratica importantissima, e significa all’incirca “voglio relazionarmi con te”.
Trasmettere ai bambini l’importanza di dire sempre grazie, di chiedere per favore o di dire buongiorno o buonasera, va oltre la semplice cortesia. Nell’insegnamento, investiremo sulle emozioni, sui valori sociali e, soprattutto, sulla reciprocità.
La convivenza, si basa sull’armonia, sulle interazioni di qualità fondate sulla tolleranza e ogni bambino dovrebbe dargli l’importanza che merita fin dalla più tenera età.

Un errore che molte famiglie commettono è quello di insegnare ai propri figli queste norme di cortesia solo quando iniziano a parlare. Ebbene, è interessante sapere che “il cervello sociale” di un bambino è tremendamente ricettivo a qualsiasi stimolo, al tono di voce e anche alle espressioni facciali dei propri genitori.
Ringraziare, è una potente arma per il cervello infantile.
I neuroscienziati ci ricordano che il sistema neuronale di un bambino è geneticamente programmato per “connettersi” con gli altri.
È molto probabile che un bambino di 3 anni, al quale i suoi genitori hanno insegnato a dire “grazie”, “per favore” e “buon giorno”, non comprenda ancora bene il valore della reciprocità e del rispetto di queste parole. Ciò nonostante, avrà avuto la possibilità di costruire su di sé, un adeguato e meraviglioso substrato, affinché le sue radici siano forti e profonde.
L’età magica compresa tra i 2 e i 7 anni, è quella che Piaget denominava “stadio dell’intelligenza intuitiva”. È in questa fase che i più piccoli, nonostante non comprendano il mondo degli adulti, risvegliano progressivamente il loro senso del rispetto, intuiscono quell’universo che va oltre le proprie necessità, per scoprire l’empatia, il senso della giustizia e, ovviamente, la reciprocità.
La reciprocità è un importante valore sociale
Sarà all’incirca verso i 7 anni che i bambini scopriranno appieno tutti i valori che conformano la loro intelligenza sociale.
In questa fase cominceranno a dare più importanza all’amicizia, a sapere ciò che implica questa responsabilità affettiva, a capire e a godere della collaborazione, a far fronte alle necessità degli altri e ad interessi diversi dai propri.
Quando un bambino scopre cosa verifica nel suo contesto più prossimo quando chiede le cose “per favore” e termina con un “grazie”, niente è più uguale.
L’educazione non cambia il mondo, ma cambia le persone che cambieranno il mondo.

Ebbene, la domanda magica è : In che modo possiamo inculcare ai nostri figli, fin da quando sono piccoli, queste norme di convivenza, di rispetto e di cortesia.
In primis con l’esempio.
Per il bambino sono fondamentali le routines e i piccoli riti quotidiani, perché gli danno sicurezza, gli danno un senso di confine entro il quale può muoversi serenamente e lo orientano anche quando non ha ancora la nozione del tempo.
È possibile offrirgli un ritmo quotidiano armonico scandendo i tempi della giornata e cercando di rendere le giornate e le attività piuttosto simili una con l’altra, inserendo routines e piccoli riti quotidiani.
Lungi da me appesantirvi con studi scientifici e grandi teorie che avvalorino le mie parole, però, voglio riportarvi uno dei vecchi decaloghi della nonna, uno di quelli che hanno le basi scientifiche dell’esperienza e sull’impronta del quale mi auguro possiate ritrovare una strada da percorrere.



  • Sei entrato in un qualsiasi posto? Saluta, dì buongiorno o buonasera.
  • Vai via? Dì Arrivederci.
  • Ti hanno fatto un favore o dato qualcosa? Ringrazia
  • Ti parlano? Rispondi.
  • Ti stanno parlando? Ascolta.
Hai qualcosa? Condividilo.
Non ce l’hai? Non invidiarlo.
Hai preso qualcosa che non è tuo? Restituiscilo.
Vuoi che facciano qualcosa per te? Chiedilo per favore.
Ti sei sbagliato? Chiedi scusa.


Appartengo alla generazione del grazie, del per favore e del buongiorno, alla stessa in cui non si dubitava a chiedere scusa se necessario.  Non ho figli, ma vivo le persone, e educarle con l’esempio è la migliore delle strategie.
Educare al rispetto significa educare all’amore.



Hai trovato questo articolo interessante? Per scoprire di più sull'attività della Dottoressa Teresa Mainiero visita il suo sito

giovedì 15 settembre 2016

Elisa e il magico mondo delle Terre Storte



                                         

Ho scoperto i lavori di artigianato artistico di  Elisa Betti su Facebook, e subito mi hanno colpito per la loro autenticità; al primo sguardo ti raccontano il mondo di chi li ha realizzati.

Lei si definisce così:
" Mi chiamo Elisa, sono una ceramista e ho una grande passione per la terra, la materia grezza e gli smalti. Ho iniziato il mio percorso più di 20 anni fa presso una scuola di scultura a Faenza, poi l’amore per la montagna e per il mio compagno mi ha portata in Lombardia. Ora ho una figlia di nove mesi, vivo a Brunate e ho un piccolo laboratorio a Como in cui creo e insegno scultura e ceramica. Il mio sito internet si chiama Le Terre Storte; storte sono le mie creazioni fatte a mano e storta e in continua evoluzione, sono io, irrimediabilmente imperfetta, come le mie Terre."

                                                            

Ognuno ha i suoi gusti, e quello che per te può essere bello non è detto che piaccia anche a me, ma quando un oggetto suscita una emozione, si va oltre il concetto di bellezza...la capacità di "comunicare" con le mani e con il cuore è una cosa preziosa, e ad Elisa non manca sicuramente.


                                               

Il suo ultimo progetto creativo si chiama "LE IMPERFEZIONI" , una serie di oggetti per la casa in creta, che racchiudono un messaggio bellissimo: le imperfezioni fanno parte di noi, e sono proprio loro a renderci unici e irripetibili. Pezzi unici e preziosi, dove "una tazza non sarà mai una tazza, ma la tua tazza". 

A me tutto questo è piaciuto davvero tanto, e se sei curiosa puoi andare a sbirciare direttamente sul suo blog. Oltre alla pagina Facebook, cura anche un sito, e ci racconta il mondo del suo laboratorio (dove oltre a produrre tiene dei corsi di ceramica) e anche un pò di se'.

mercoledì 8 giugno 2016

Chi si prende cura di chi si prende cura?




Lieto evento in famiglia, riflettori puntati sul nuovo arrivato....e a mamma e papà chi ci pensa?
oggi la Dottoressa Teresa Mainiero psicoterapeuta e preziosa collaboratrice di questo blog ci parla del ruolo del "cargiver", la persona dedita alla cura....



Chi si cura chi di chi si prende cura?

Al di la del gioco di parole, la domanda è lecita e la risposta non è così scontata.
Nel cercare di capire cosa proporre in questo articolo, Alessandra e io, abbiamo lanciato un piccolo sondaggio chiedendo a voi, lettori/ici, qualche suggerimento. Aimè le risposte non sono state tantissime, (anzi vi invito sin d’ora a essere propositivi per il futuro in modo da creare interazione) ma un collega mi ha dato un suggerimento interessante, che ho deciso di cogliere al volo : parlare dell’emotività del caregiver.
Innanzitutto, cerchiamo di capire, chi è il caregiver?  È la persona dedita alla cura[1] , di un bambino, di un anziano di una persona disabile.
Nel nostro caso specifico, considereremo colui/lei che è destinato a prendersi cura del nascituro/a, cercando di esplicitare qual è l’emozione sottostante, non sempre positiva, che vive chi si trova ad affrontare un’esperienza strabiliante e sconvolgente come quella di una nascita.
Prima ancora che il bimbo/a nasca (solo dopo capisci che non devi dar retta a nessuna cosa ti venga detta da chi ci è già passato) non fanno altro che dirti che dopo un figlio, tutto cambia (con la stessa abnegazione di chi ti dice che ha perso un braccio in guerra ma ne valeva la pena per l'onore della vittoria); parlano di sacrifici, rinunce, sonno che non recupererai mai, cinema che mai più vedrai, ho sentito tante di quelle cose che monta l’ansia al sol pensiero.
Ogni genitore, colto dal mito della perfezione (che non esiste), vorrebbe appartenere alla categoria dei genitori intuitivi, dotati, che non si arrabbiano, non si stressano e non sbagliano mai. Ma poiché genitori così in realtà non esistono, è importante conoscere i principi di una genitorialità consapevole.
Il ruolo di genitore è un ruolo impegnativo e difficile, e la difficoltà maggiore consiste nel riconoscere l’individualità di ognuno.
Adulti e bambini sono diversi e un bravo genitore è colui/ei che si sforza di conoscere l’anima dei suoi figli, senza dimenticarsi della propria.Non esistono regole di educazione o modalità di relazione che vadano bene per tutti, ma bisogna avere la forza di trovare strategie di comunicazione adeguate, avendo la pazienza di capire paure e i sogni.
Per poter fare tutto questo è fondamentale non scordarsi di sé e dei propri bisogni.
Prima di essere madre, sei una donna; prima di essere padre sei un uomo,
e anche se, rimanete stupiti nel guardare un viso che ricorda il vostro in un’espressione, in un colore, non scordatevi, che è una persona che è altro, al di fuori da voi, ma che da voi proviene
Senza rare eccezioni, noi tutti discendiamo da generazioni di genitori nevrotici (tranquilli non è niente di grave) solo che, quando non lo si sa, può accadere che le cicatrici della nostra psiche vadano ad interferire con la nostra capacità di amare e di rispettare noi stessi e gli altri.
Per essere un genitore consapevole, è necessario conoscere bene se stessi, fare i conti con il proprio passato, ascoltarlo, accoglierlo, in modo che non possa interferire negativamente con la nostra capacità di essere genitore.
L’amore che i genitori riversano sui loro bambini è una fonte di sostentamento per tutta la vita e niente è più importante della sincerità con cui viene trasmesso. Talvolta si possono commettere degli errori, o si può agire in preda all’emotività, ma la cosa più importante è che la relazione con i figli sia caratterizzata dalla sincerità.


Mostrarsi stanchi, fallibili non è un dramma, è verita.
Essere "caregiver" è un'attività̀ difficile e destabilizzante.
Come emerge dalla maggior parte degli studi al riguardo, il caregiver esperisce rabbia, stanchezza, senso di colpa (per il timore di non essere adeguato al compito). La tensione che trattiene, finisce per manifestarsi anche sul piano fisico (già provato dalle incombenze pratiche) ed è quindi più facile trovare in queste persone problemi gastrici, mal di testa, dolori vari, e tutta una serie di disfunzioni immunitarie e problematiche che spesso derivano dal non avere tempo e risorse per poter curare se stessi.
Da un punto di vista psicologico sono i sintomi depressivi e i problemi d'ansia il vissuto più̀ diffuso nel caregiving (stress cronico).
Guerriero e collaboratori, con le parole che seguono, promuovono per il caregiver , l’autotutela,  “ricordare a se stessi che si è importanti per sé e per l’altro, informarsi, considerare i propri limiti, soddisfare i propri bisogni e interessi, condividere i problemi con la famiglia, non avere paura o vergogna di ammettere le difficoltà, farsi aiutare da esperti, prendersi periodi di riposo, cercare sollievo morale parlando con qualcuno in grado di ascoltare”.
«Abbi cura di te», può sembrare un’affermazione ironica, se pensiamo che è rivolta ad una persona che, per definizione, è dedita alla cura a titolo gratuito, in modo significativo e continuativo di un’altra persona; ma chi, meglio di chi si prende cura degli altri dovrebbe sapersi prendere cura di sé? Abbiamo già detto che la sincerità delle azioni è più importante delle parole, bene, sincerità per sincerità non c’è niente di male nel ammettere una difficoltà.
Intrisi di spirito di sacrificio, di obblighi generazionali da rispettare, di status da assecondare, ci si dimentica di se stessi.
La genitorialità è fonte di grande retorica nella nostra cultura, è un’idea totalizzante che condiziona la vita materiale delle donne e degli uomini e le attese della società nei loro confronti. Tale costrutto non consente di esprimere dei sentimenti negativi nei confronti dei figli viventi o futuri, promuovendo così tossicità. Non dimentichiamo che, le madri agiscono il potere nei confronti di chi da loro dipende totalmente per i suoi bisogni fondamentali, il/la bambino/a è in balia della polarità amore/odio materno.
Questo potere si esprime in diverse forme.
Tanti sono i modi di essere madre e di esprimere il desiderio di maternità, fino a quello di prolungare l’infanzia tramite le cure e le attenzioni date.
È il potere di rendersi indispensabili che infantilizza l’altro, creando dipendenza e vincoli che, nel tempo, promuovono mancanza di autonomia e sofferenza. Per questo, e altri motivi, è fondamentale parlare di genitorialità e suddivisione di compiti.
Molti caregiver familiari, vivono con sensi di colpa il proprio desiderio di autonomia, lo considerano un venir meno ai propri doveri, e invece di ascoltarlo e cercare di capirlo, tendono a metterlo a tacere.
Provate un attimo ad immaginare di essere “schiavi” di una sorta di elastico,
quello che vi fa periodicamente desiderare, di riprendervi in mano la vostra vita, di tagliare quel cordone ombelicale che vi lega a un figlio o una figlia, e insieme vi fa pensare che nessun altro sia sufficientemente affidabile da consegnargli una persona che non sa badare a se stessa, che non è in grado di difendersi dal male, che deve essere insomma tutelata, ebbene, continuando a muovervi in questo modo, non fate altro che rimanere ingarbugliati nelle varie libertà.
Limitare la propria libertà di espressione rischia di sacrificare anche la libertà della persona di cui si prendono cura.
Tra i vari compiti di educazione alla crescita (propria e dei propri figli) c’è anche il diritto, a “liberarsi” dei propri genitori e della propria famiglia, per poter sperimentare (con tutti i supporti e i sostegni e le tutele necessari) il massimo di autonomia possibile.
Lo psicologo americano Gordon W. Allport, rimarcò che l’atmosfera della vita familiare quotidiana ha una grande influenza sullo sviluppo individuale dei bambini e io mi sento, dal piccolo della mia esperienza, di condividere appieno questo pensiero.
Non abbiate timore di essere voi stessi, di essere fallibili, perfetti nelle vostre imperfezioni, e non abbiate il timore di desiderare il meglio per voi, qualunque sia, per voi, il vostro meglio. Al di là della quantità di tempo che sceglierete di dedicare ai vostri figli, quello che più conta, è la profondità dei vostri sentimenti e il modo in cui li esprimete.
Nello scusarmi per aver trattato una tematica, più legata direttamente agli adulti, ma molto, indirettamente anche ai bambini, volevo motivare la mia scelta (al di la del consiglio che mi è stato dato), facendomi, umile potavoce di un disagio troppo spesso dimenticato ed esplicitato.
Non esistono genitori perfetti, ma, parafrasando Winnicott, genitori imperfetti ma sani e affettivamente presenti.

giovedì 2 giugno 2016

5 idee per il regalo giusto a una neomamma


                                 




La tua  amica/cugina/collega sta per partorire, e ancora non hai trovato il regalo giusto per il lieto evento?
Niente panico... alla Bottega della Strega c'è quello che fa per te.

In laboratorio creativo creo illustrazioni, oggettistica, giochi montessoriani e piccoli complementi d'arredo; utilizzo materiali naturali  e di riciclo e disegno buffi e colorati personaggi che rallegrano le camerette dei bimbi:
 ogni oggetto è un pezzo unico, fatto con cura e passione, e posso personalizzarlo  secondo i tuoi desideri.

Per aiutarti nella scelta ho fatto una selezione delle creazioni più gettonate tra le mie clienti, idee regalo sempre molto apprezzati dalle mamme:

si tratta di una  tela dipinta ad acrilico di dimensioni 30x30, che racchiude il momento della nascita; un calendario indica la data, una simpatica sveglia per l'ora, il nome del bimbo, e ancora peso e altezza.

Il modello più classico è nei toni del  rosa per le femminucce e celeste per i maschietti, ma mi piace realizzarli anche supercolorati, magari in tinta con la cameretta del nascituro.




#2 La Capsula del tempo

E' un  bauletto in legno dipinto a mano, personalizzato con il nome del bimbo, dove riporre i ricordi del bebè, come il braccialetto dell'ospedale, la prima tutina, il ciuccio, il quotidiano del giorno della nascita e tutto quello che , nel tempo, diventa un oggetto speciale.

                                         



                                                   


Un'idea in più: puoi utilizzare lo scrigno anche per confezionare i prodotti per il bagnetto (regalo utile e molto gradito)





E' un pannello interattivo, ispirato ai giochi pedagogici montessoriani, che stimolando la manualità del bimbo favorisce lo sviluppo cognitivo: scatoline,chiusure di vario genere, rotelle e pulsanti incuriosiscono i più piccoli che imparano giocando.
   
I bimbi crescono in fretta, e scegliendo la tavola activity avrai regalato al piccolo il suo primo giocattolo! Anche il pannello sensoriale può essere personalizzato con il nome.






#4 Fiocchi e fuoriporta

I fiocchi nascita da appendere sul portone per annunciare il lieto evento, o i divertenti fuoriporta per avvisare amici e parenti che il bimbo fa la nanna (così non suonano alla porta in momenti sconvenienti)








Senza dubbio,  l'articolo più richiesto in Bottega: una tela  dipinta a mano con colori acrilici, da personalizzare con il nome e arricchita da applicazioni in stoffa e legno; da appendere sulla porta o alle pareti della cameretta

              






Hai trovato l'idea giusta? sullo shop trovi tutte le mie creazioni in pronta consegna.
Se invece vuoi  una creazione fatta apposta per te scrivimi e sarò felice di realizzare i tuoi desideri .


E se questo post ti è piaciuto, condividilo!

martedì 17 maggio 2016

sbagliando si impara






"Sbagliando si impara" : niente di più vero!
ce ne parla oggi la  nostra super gradita ospite Teresa Mainiero , la psicologa amica dei bambini.



"Avete tentato e avete fallito. Non importa. Tentate ancora. Fallite ancora. Fallite Meglio”
Samuel Beckett

Parlare di fallimento e di errori nell’era della ricerca della perfezione è quasi utopico, me ne rendo conto, ma pensate, né a me né Ale piace troppo la perfezione e nel nostro piccolo spazio ricco di imperfezioni perfette e condivise, abbiamo scelto di parlare dell’errore… del “Signor errore” come lo chiamava la Signora Maria (Montessori).
È stato acutamente osservato che il piccolo dell’uomo, per effetto della sua riduzione degli istinti e per la sua manchevolezza biologica, è costretto, a differenza di tutti gli altri animali, ad apprendere, fin dalla più̀ tenera età̀, tutti quei gesti che gli saranno utili per assicurarsi l’esistenza, per prepararsi a conquistare un posto nel mondo. Ma questo handicap, a ben riflettere, finisce per tramutarsi, per il piccolo dell’uomo, in un vero e proprio vantaggio, in quanto ogni atto o comportamento appreso non resta fine a se stesso: gli serve per apprendere altre cose e lo mette in condizione di acquisire l’abitudine ad apprendere; gli fa imparare ad apprendere (Dewey, 1916).
Ma come si impara ad apprendere??
Pensate un po’: Sbagliando




L’esperienza è la più grande maestra di vita e l’adulto non deve intervenire in questo importante momento di crescita. Quello che potete fare, è fornire al bambino un ambiente adeguato, e gli strumenti corretti per poter sperimentare ed imparare da solo.
Lo so è un pensiero apparentemente semplice, ma estremamente complesso da mettere in pratica.
Solitamente, noi adulti tendiamo a fare le cose al posto dei nostri bambini, li correggiamo al primo sbaglio e spesso non gli diamo nemmeno il tempo di sbagliare, ma in questo modo, come possono apprendere?
Il detto “sbagliando s’impara” è una grande verità. L’errore deve essere lodato, non punito,  L’errore deve essere commesso, non soffocato.
Il bambino deve imparare attraverso l’errore a infilarsi una scarpa, a scrivere il proprio nome, a comprendere le tabelline. Solo così può crescere…
In un recente studio alcuni ricercatori hanno voluto osservare da vicino il cervello, durante “l’errore”, osservando la differenza tra il riconoscere il proprio errore o meno. Ed hanno scoperto che chi riesce a riconoscere l’errore e vi trova l’insegnamento, attiva dentro di se gli stessi meccanismi neurologici della ricompensa. Mentre chi “non ammette l’errore” attiva dentro di se meccanismi di “evitamento”.
Ed è proprio questa differenza a fare si che, chi è in grado di ammettere i propri errori sia poi in grado di “rimettersi in gioco” e ricominciare a “sbagliare” per raggiungere i propri obiettivi.
La paura di sbagliare è insita in ognuno di noi, ma senza errore è difficile che si diventi competenti e resilienti.

Secondo Maria Montessori il bambino costruisce la propria personalità attraverso le esperienze e le relazioni con l’ambiente che lo circonda. Egli comincia la conquista dell’indipendenza all’inizio della sua vita e mentre si sviluppa, perfeziona se stesso superando gli ostacoli che incontra nel suo percorso; così facendo si libera dai tentativi degli adulti di “modellarlo” scoprendo se stesso.
Quando nella proposta educativa montessoriana, basata sull’attività autonoma di ciascun bambino, si parla di aiutare il bambino a fare da solo, non significa abbandonarlo a se stesso, ma favorirne l’attività attraverso un’azione indiretta realizzata in un ambiente che l’adulto ha il compito di preparare.
Non si corregge a parole un bambino, ma gli si dà il tempo di verificare da sé ciò che ha fatto. È così che sviluppa l’auto-giudizio, l’autovalutazione senza dipendere dal parere dell’adulto o dei compagni, l’auto-crescita nella stima di sé attraverso l’errore e l’autocorrezione, che sono chiaramente strumenti essenziali per la costruzione di una personalità indipendente.
Naturalmente, perché tutto ciò avvenga, occorre dare ai bambini, sin da piccoli, i mezzi per verificare da soli ciò che fanno. Ad esempio: il bicchiere di vetro se cade si rompe, sentendo il rumore posso capire che è questo, quello che può accadere e non lo rifarò; l’acqua cade dalla brocca se è troppo piena,  ecc.ecc. è in questo modo che avviene la scoperta dell’errore e l’autocorrezione diventa così un’abitudine.
“L’errore deve essere chiamato “signore” perché soltanto mediante la sua scoperta il sapere migliora. Negli errori si imbattono coloro che sono impegnati nel fare scoperte “(M.Montessori)
Spesso capita, a scuola o a casa, che l’alunno commette errori con indifferenza, perché questo accade? perché non è lui che li deve correggere, ma è l’adulto che se ne incarica. L’atteggiamento corretto, invece, dovrebbe essere quello di considerare il bambino partecipante attivo, facendogli assumere un atteggiamento mentale di costante domanda di fronte all’esperienza, con la consapevolezza della relatività di ciò che si conosce e un tollerabile grado d’incertezza, facendolo abituare alla ricerca del dubbio e dell’errore sviluppando un approccio critico verso tutto ciò che è studio.
Oggi giorno la cultura attuale, non pensa a un bambino vero come soggetto biologico e psichico, e capita di ritrovarci davanti a un processo di accelerazione in nome di risultati che devono essere sempre più anticipati. Il bambino come persona è dimenticato ed è presente un’idea astratta che si nutre di cose che gli adulti propongono.Il bambino ideale, viene costantemente nutrito (a scapito di quello reale), sovrastato continuamente da persone che vogliono agire al suo posto imponendogli ciò che è conforme ai loro modelli, premiandolo o minacciandolo, punendolo e cercando di persuaderlo.
L’autostima in questo modo finisce per dipendere dall’approvazione altrui, ciò che esercita un controllo sul comportamento è l’ansia di non essere alla pari, alla moda, abbastanza “giusto” per….
Il bambino viene in continuazione deresponsabilizzato, perché è sempre gestito da altri che lo controllano, lo giudicano. Le regole vengono dall’alto, ci sono gli adulti che gli dicono come le cose vanno fatte e quindi il bambino deve limitarsi ad ubbidire, rinunciando a pensare.
Tutto questo fa si che si sviluppi un apprendimento esteriore alla persona che induce a comportamenti di fuga con conseguenti atteggiamenti regressivi.
Ora non è mio intento spaventarvi, ma mi piacerebbe che questo diventasse uno spazio di riflessione comune.
L’idea dello spazio della psicologa, all’interno del blog della bottega della strega, notoriamente dedita alla creatività, è nata proprio per questo, suscitare riflessioni, chiedere consigli, trovare suggerimenti, ammettere, non a me o ad altri, ma a se stessi, la possibilità di commettere un errore.
 Maria Montessori affermava che “la conquista dell’autonomia personale è un lungo e sofferto percorso lungo il quale il bambino impiega energie per affermarsi”.
Crescere, è il coronamento di una lunga serie d’indipendenze sia in campo fisico che psichico. Un percorso che inizia dalla nascita e prosegue con progressive e lentissime conquiste, attraverso le quali, il bambino, s’impadronisce degli oggetti, dello spazio e del rapporto con gli altri grazie alle parole, all’abilità manuale e motoria.
Ogni conquista, ogni ostacolo superato, daranno al bambino la consapevolezza di essere un individuo indipendente, libero, ricco di quelle risorse positive necessarie per affrontare autonomamente la propria vita.
In sintesi, quello che la Montessori diceva era “educhiamoli all’indipendenza”.
L’educazione è un dialogo.E ora,  come se fossi un bambino/a, che si rivolge a voi, dopo tanto ascoltare, probabilmente vi direi: Aiutami a fare da solo, Sostienim!  Da solo, forse, ancora, posso non farcela, ma non importa, ho bisogno di sapere che sei li, con me, pronto/a a sostenermi, ancora e ancora … Aiutami a camminare senza darmi aiuto, a correre, saltare, cadere, scendere le scale; aiutami ad esprimere quello di cui ho bisogno. Non sostituirti a me. Aiutami in maniera libera, permettimi di sapere chi sono non reprimermi…
Socrate diceva “in ogni errore giace la possibilità di una storia” io mi auguro voi possiate e vogliate scrivere la vostra attraverso gli errori che durante la vita commetterete.

martedì 26 aprile 2016

Bimbi e natura, l'importanza della vita all'aria aperta spiegata dalla Dottoressa Terri


Continua la preziosa collaborazione con Teresa Mainiero, la psicologa amica dei bambini.
E dato che siamo in primavera, ecco il suo interessante e utile punto di vista sull'importanza del contatto con la natura e la vita all'aria aperta dei nostri piccoli :)
Buona lettura!!


Prima di iniziare a leggere l’articolo, vi chiedo una cortesia personale….
Prendetevi 5 minuti, non uno di più, trovate uno spazio, possibilmente aperto, e iniziate a leggere i versi di Tagore, lasciandovi avvolgere dalle sensazioni…


Vieni, primavera,
imprudente e audace amante della terra,
dai voce al cuore della foresta!
Vieni in raffiche irrequiete
dove i fiori sbocciano improvvisi,
fai spuntare nuove foglie!
Scoppia, come una rivolta di luce…
Irrompi nella città rumorosa,
libera parole ed energie soffocate,
dai forza alla nostra svogliata battaglia
e conquista la morte!
(Rabindranath Tagore)


Probabilmente qualcuno di voi penserà che sono impazzita, qualcun altro avrà fatto un sorriso, altri ancora si saranno messi a leggere quello che ho scritto dopo. Qualunque sia stata la vostra reazione, sono certa che, tutti, avrete per un attimo pensato alla primavera, alla natura e a quello che rappresenta per voi o vi piacerebbe avesse rappresentato.
Sapete, è curioso che sia io a parlarvi di natura, io che ho scelto di vivere in città, io che amo la città con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, io che non amo le sagre (lo so diventerò impopolare ma abbiate pietà), io che da piccola avevo i parenti che mi chiamavano la principessa; Vi sembri strano oppure no, nella natura, ci sono nata e cresciuta e ho avuto la fortuna di poterla apprezzare, conoscere, vivere.
Ricordo, come se fosse ieri, le scampagnate la domenica a San Pancrazio, le pasquette a valle della Luna (si si lo so, si chiama Cala Grande), il mare in tutte le sue manifestazioni, Il vento che riconosco in base alla spiagge e non alla rosa dei venti, il profumo del ginepro e delle piante che crescono vicino alla sabbia, il calore del sole che ti brucia ad aprile e ti abbronza ad agosto, la brina delle sei del mattino pungente più del pungitopo, il sapore dei pinoli e la particolarità delle pigne.. Potrei star qui ore, ad elencare cosa ricordo in maniera vivida e presente, ma non è importante per voi, quello che conta è che sappiate che, la felicità negli anni formativi si trasforma per l’adulto in cari ricordi dell’infanzia, e questo non lo insegnano i libri, non lo insegnano i ventimila corsi cui iscrivete i vostri figli, ma glielo insegna la natura nel suo rapporto con voi.
Non vorrei sembrare polemica, anche se in realtà lo sono per “natura”, ma mi piacerebbe che vi soffermaste un attimo a pensare.
Il mondo naturale è il miglior libro/corso cui possiate scegliere di iscrivere i vostri figli e pensate, costo zero.Prima dell’introduzione alla letteratura e ai numeri, prima di apprendere le abilità della comunicazione attraverso la parola scritta, ogni individuo è, prima di tutto, un figlio della Terra.
In quest’epoca moderna di rapido sviluppo tecnologico, ogni nuovo nato richiede le stesse identiche cure essenziali che erano necessarie ai nostri antenati: nutrimento, attaccamento fisico ed emotivo, affetto, calore e sicurezza.
Man mano che i bambini crescono, questi bisogni restano ancora fondamentali, e si scopre di continuo come i piccoli rispondano meglio, e con esiti felici, a una vita familiare sana e a lunghi periodi di tempo trascorsi in grandi spazi all’aperto.
Il concetto che la salute fisica e intellettiva si realizzi a contatto col mondo naturale è un filo rosso che lega gli scritti dei migliori educatori e filosofi della storia. Persino i più grandi maestri del mondo, nei loro programmi si sono sempre avvalsi della Natura per insegnare molte fra le lezioni più importanti nella vita e allora come mai oggi si fa tanta fatica a stare all’aperto e condividere le sue esperienze?
A mio parere, oggi, troppo spesso, i bambini vengono spinti alla fretta, pressati a bruciare le tappe, nella convinzione che debbano costruirsi una biblioteca interiore di conoscenze pratiche e teoriche; ma abbiamo dimenticato che la vita è un ciclo e come tale ha bisogno di essere rispettata? Direste mai a gennaio è iniziata la primavera?
Iscritti piccolissimi, a corsi di musica, storia, lingue straniere, i genitori di oggi (non tutti per carità) elaborano liste mentali di ciò che i propri figli hanno fatto e potrebbero fare, sentendosi soddisfatti quando sono in grado di rispondere in modo corretto alle domande o recitano che è una delizia.
Per quanto tali attività, di fatto, contribuiscano alla creazione di un bagaglio completo di conoscenze, e possano, nei giusti contesti, favorire un amore genuino per l’apprendimento, da sole non hanno la forza di ergersi a colonna portante dell’educazione. Una solida educazione non si fonda, sulle abilità e sulle conoscenze acquisite attraverso corsi e lezioni. Il suo fondamento è, negli istinti, nelle esperienze, nella nostra relazione con il mondo, e tutta la restante educazione non fa che riposare su questa base, dalle cui caratteristiche trae forza e respiro.
Il tempo trascorso nella Natura è senza dubbio il modo migliore di preparare i bambini per qualsivoglia apprendimento futuro.
Oggi giorno esistono numerose scuole ad orientamento montessoriano, utilissime e molto belle, ma al di la della scuola, delle attività che ripropongono il suo modello educativo che potete apprendere e riproporre anche voi a casa o all’aperto (Ale vi aiuterà con gli oggetti appositi) avete mai pensato cosa ci voleva dire?
Tramite le azioni concrete che i bambini possono sperimentare con la natura (far nascere, nutrire, curare, raccogliere, trasformare, ecc...) è possibile educare la loro capacità di pensiero, di elaborare ipotesi, stimolare la loro intelligenza. L’atteggiamento del bambino è quello di manipolare le cose per capirle meglio. Per lui tutto è nuovo e da scoprire attraverso prove sperimentali. Quando i bambini osservano con curiosità̀ le cose della natura, si pongono interrogativi e questo è già̀ in qualche modo fare scienza.
Oltre alla Montessori altri teorici dell’attivismo come Dewey, Decroly e Claparède hanno visto nel rapporto con la natura (animali, piante, suolo, astri) uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano.
L’ambiente naturale costituisce un’occasione per compiere una molteplicità̀ di esperienze di alto valore cognitivo.
Il bambino fin da piccolo definisce la propria identità̀ incontrandosi non solo con altri esseri umani ma anche con altri esseri diversi da lui: animali, piante, oggetti inanimati.
Per lui, come sostiene Françoise Dolto (1995), è complesso giungere a capire sé stesso in quanto essere umano, simile agli altri esseri umani e di non essere né un vegetale o un animale. I bambini sembrano molto attratti dalle differenze e somiglianze con gli altri esseri viventi, dal loro modo di muoversi, di cibarsi, di comunicare. Se osserviamo i bambini anche piccolissimi nei loro primi approcci alla natura notiamo che sono attratti irresistibilmente dagli animali. Non è un caso che la maggior parte dei giocattoli per bambini, peluche compresi, li riproducano, infatti i bambini si identificano facilmente con loro. Anche i primi libri che piacciono ai piccolissimi sono immagini di animali. Così pure le prime storie, come Spotty, la Pimpa, hanno per protagonisti gli animali. Grazie alla relazione con gli animali il bambino sperimenta la tenerezza, l’amicizia, l’esperienza di prendersi cura di qualcuno, di fare i conti con esigenze che non sono le sue e a prendere coscienza della diversità̀ e delle somiglianze. Impara, inoltre, che gli animali non sono giocattoli, ma hanno necessità e bisogni propri.
Tuttavia gli animali suscitano sensazioni ambivalenti, d’interesse e di paura insieme, alcune di queste sono spesso associate con la paura dell’ignoto, dell’imprevedibile; insegnare al bambino a conoscere gli animali, anche piccoli insetti, può̀ aiutarlo a superare le sue paure (Wolman,1978).
I fiori e le piante con i loro colori e le loro forme e soprattutto il loro profumo, attraggono molto i bambini. Pensiamo a tutto quello che può̀ essere per il bambino una semplice foglia: un sapore, un copricapo, uno strumento musicale, un vassoio, un vestito...
Non a caso nei nostri ricordi d’infanzia, come scrive Duccio Demetrio, «c’è sempre un luogo d’erba e fiori che incontrammo e nei quali giocammo davvero (Demetrio, 2000, p.11)». L’esperienza di gioco e di contatto con vegetali, alberi, piante è necessaria all’essere umano tanto come quella con gli animali, rilassa e fa sentire l’ambiente più̀ confortevole
Il tempo trascorso all’aperto regala ai bambini esperienze che non possono essere riprodotte con facilità altrove. Il primo di questi doni è la pura felicità della fanciullezza. Sembrerò ripetitiva ma mi pare fondamentale, La felicità negli anni formativi si trasforma per l’adulto in cari ricordi dell’infanzia; tali ricordi contribuiscono in maniera determinante anche alla felicità nell’età adulta. Esiste modo migliore di garantire una tale felicità che non sia quello di concedere ai bambini la libertà di trascorrere tutto il tempo che desiderano all’aria aperta, dove hanno agio di sognare, giocare e osservare la Terra muoversi attraverso i cicli naturali?



I bambini hanno bisogno di luoghi dove allargare le braccia senza dover fare i conti con i confini di pareti o barriere; dove correre senza il timore di ostacoli improvvisi; hanno bisogno di sentirsi liberi in spazi dove sia possibile estendere lo sguardo per miglia all’intorno e verso l’alto senza che la vista sia impedita da profili metropolitani. Questa libertà spaziale crea un senso di pace nel cuore e nella mente . Sensazioni del genere dovrebbero essere un elemento naturale del loro temperamento.
I bambini fioriscono se hanno la possibilità di giocare liberi all’aperto; l’immaginazione prospera, il senso di coraggio si rafforza, le sensazioni di pace diventano stati mentali naturali. I genitori dovrebbero incoraggiare il gioco a contatto con la natura eliminando dagli impegni quotidiani e settimanali tutti quegli obblighi non necessari che costringono a stare al chiuso.
Possiamo lasciare alla Natura alcuni degli insegnamenti che in qualità di genitori tentiamo disperatamente di inculcare loro. D’altronde, la Natura sa affrontare con indicibile grazia anche gli argomenti più spinosi. Non dovremmo esitare nel rivolgerci alla Terra e fare affidamento su di lei come maestra, guida e compagna dei nostri figli.
Permettere alla Natura di prendersi la responsabilità di insegnare alcuni degli aspetti più delicati della vita è una delle cose più sagge e avvedute che un genitore o un insegnante possano fare.
Le lezioni apprese dalla Natura vengono impartire con dolcezza e i bambini sono in grado di assorbire e accettare i meccanismi del mondo con facilità e innocenza.
Guardare come la Terra rinasce dalla distruzione del fuoco ricoprendo le aree danneggiate con fiori variopinti. Osservare la semplice tenacia degli umili, e come a centinaia lavorino insieme in comunità. Notare la dedizione delle madri che si danno senza distrazione al nutrimento dei piccoli. La Natura offre strumenti di comprensione che possono guidarci attraverso le sfide più ardue della vita.
Insieme alla sensazione intrinseca di spazio e libertà, un’infanzia trascorsa a contatto con la natura insegna virtù che si ergono ben al di sopra degli onori tributati ai successi culturali, e su cui si fonda una vita realizzata appieno. Oltre alle lezioni importanti e delicate che la Natura insegna, il tempo trascorso all’aperto prepara i bambini allo studio delle “materie scolastiche”, in modo unico e organico. Quasi ogni argomento di quelli che si possono apprendere sui libri si può affrontare, in prima battuta, grazie all’osservazione del mondo naturale. Se i bambini riescono a operare dei nessi fra ciò che è scritto nei libri e le esperienze della vita reale, la conoscenza si arricchisce, l’apprendimento si fa più interessante. È possibile, ad esempio, utilizzando immagini, libri e dimostrazioni astratte, insegnare che le formazioni nuvolose che si accavallano a forma di montagna indicano l’arrivo di una tempesta, ma si tratta di un fatto ovvio, persino per un bambino, quando ci si trova sotto un cielo in tempesta. Possiamo stare ore davanti a un prisma di vetro e tentare di spiegare la scienza dei colori e della luce partendo da zero, ma si tratta di una lezione che è molto più facile imparare se il bambino riconosce, grazie all’esperienza, le condizioni che creano un arcobaleno.

Bisogna ammettere che nelle società odierne è davvero difficile trovare tempo e spazio a sufficienza per offrire ai nostri figli un’infanzia all’aperto. Per molti di noi, tutto questo sembra meraviglioso ma inattuabile
La maggior parte di noi vive in aree suburbane o in città con piccoli giardini e cortili che sono quanto di più vicino alla natura si possa sperare di avere.
Ciò nonostante, forse vale la pena di fare un tentativo e modificare la nostra routine quotidiana. Vale senz’altro la pena cercare, per quanto è possibile, di inserire nelle nostre giornate del tempo da trascorrere all’aperto. Del resto, se i nostri figli hanno bisogno della Natura come maestra, forse noi ne abbiamo altrettanto bisogno per trarne forza e ispirazione, come genitori e mentori.
Fare giardinaggio, andare in cerca di frutti o piante commestibili, intrecciare cestini, arrampicarsi, campeggiare, osservare gli uccelli, creare mappe, pressare fiori, sono solo alcune delle dozzine di attività all’aperto che i genitori troverebbero utili, salutari e piacevoli. Mentre siamo con i bambini nel mondo della natura, potremmo trovare il tempo necessario a spiegare, indicare e osservare insieme a loro i diversi elementi che la compongono.
Prima di far conoscere ai nostri figli la letteratura e i numeri, prima di iscriverli a corsi e attività di qualsiasi tipo, prima di andare a visitare monumenti, (prima, non o uno o l’altro…ma entrambi) fermiamoci un istante a riflettere se abbiano avuto tempo a sufficienza da trascorrere all’aperto. Hanno avuto la possibilità di stabilire una relazione con un albero? Hanno assistito con i loro occhi al mutare delle stagioni, hanno potuto osservare la vita e la morte nella Natura? Hanno sperimentato i mutamenti del tempo e ascoltato il diverso canto degli uccelli? Hanno mai osservato il vento soffiando un soffione?
Quando avrete risposto, se vorrete, ad alcune di queste domande, uscite fuori se ancora per oggi non ci siete stati e mettetevi ad osservare… “La natura non ha fretta, eppure tutto realizza” (Lao Tzu)